Conosciamo Eva Basile, “Attivista Tessile” come si definisce. Artista e insegnante, artigiana e tessitrice.

Eva Basile
Eva Basile

Io l’ho conosciuta ormai qualche anno fa: insegnava la lavorazione del feltro a partire dalla lana non cardata.
Mi sono innamorata di questa tecnica antica e al tempo stesso contemporanea, dà la possibilità di approcciarsi ad un materiale naturale, così comune eppure così lontano dal nostro vivere cittadino. Un materiale che sotto le mani, bagnato a dovere con acqua calda e sapone, diventa materia duttile e si presta ad infinite realizzazioni. Ecco l’intervista, ma prima una breve biografia.

Nata a Firenze da genitori che vi si sono stabiliti per scelta e per amore dell’arte, ha trascorso parte dell’infanzia fra libri illustrati e siti artistici.
A quindici anni frequenta l’Istituto d’Arte della sua città specializzandosi in decorazione del tessuto. Interessatasi in seguito ai linguaggi contemporanei si iscrive i corsi del DAMS a Bologna e si specializza nella progettazione e catalogazione dei tessuti operati, presso la Fondazione Lisio di Firenze, dove a partire dal 1994 lavora. Ha modo di incontrare molti studiosi e artisti tessili e verso la fine degli anni ‘90 inizia a realizzare lavori propri.
In parallelo si interessa alle tecniche del feltro artigianale e alle tradizioni tessili extraeuropee e si reca in Ghana e in Turchia per studiarle.
La formazione e l’ambiente culturale nel quale vive ed opera sicuramente influenzano le sue scelte: l’eredità del passato, fardello imprescindibile per chiunque viva in una città d’arte, più che esempio da cui attingere è per lei un elemento da decostruire, segmentare e interpretare in senso ironico.

 

 

  • Chi è Eva Basile?

Da qualche parte ho condensato la mia attività ed i miei interessi con un lapidario “Textile Activist”, nel senso di persona che si occupa con grande passione e partecipazione ad un obiettivo. Certo il tessile non è un ideale, non è una battaglia sociale ma è in ogni caso un campo multiforme, con proprie ragioni e regole, sia culturali che sociali.

In ogni caso è tutto nato da una voglia di libertà, di scegliere da me il mio destino e dell’impuntarsi a 15 anni per voler frequentare l’istituto d’Arte.

Avevo avuto genitori che lavoravano entrambi e prima dell’età scolare mio padre mi teneva occupata con il giornalino Miao: passavo il tempo disegnando, ritagliando e facendo lavoretti con carta e matite. Ho continuato con fili ed uncinetto, ben prima dei 10 anni.

Mi iscrissi alla sezione di decorazione tessile all’ ISA di Firenze. La tessitura ha soddisfatto il mio bisogno di colore, di superfici da toccare. Il mio amore per i ritmi, le armonie, gli equilibri matematici.

La curiosità che si nutre delle infinite varianti e delle mille possibili combinazioni di pochi elementi.
Il telaio è per me un destino.

 

  • Come è nata la sua passione per l’arte tessile? E quando ha “incontrato” il feltro?

E’ stata graduale. Un viaggio in Polonia a metà anni ‘90 è stato determinante. Vidi molti lavori così diversi da quelli che avevo conosciuto da noi e da li decisi che andasse fatto qualcosa per favorire anche in Italia una visione più ampia del fare tessile. Che superasse le differenze fra tessile per l’industria e tessile per l’artigianato. Gli ambienti che avevo conosciuto fino ad allora non erano molto stimolanti. Non conoscevo ancora nessuno degli artefici italiani, conoscevo qualcuno che faceva sciarpe da vendere al mercato. Il primo ‘mercatino’ (ora si chiamano farmers market) era stato la Fierucola del pane, a Firenze. Avevo visto i lavori di quelle persone ma non posso dire che mi piacessero.

Altro elemento, naturalmente, è il fatto che ho studiato arti visive al Dams di Bologna, nei primi anni 90.

In ogni caso all’inizio facevo della tessitura, tutto qui, con un confine labile fra progettazione e artigianato.

Il feltro? Avevo conosciuto gli effetti dei fili tessuti ed infeltriti e mi avevano colpito. Appena seppi di qualcuno che potesse insegnare ne approfittai: era il 2000.

 

  • Spesso l’arte tessile è stata ritenuta una pratica prevalentemente femminile. Anche in campo artistico molte donne utilizzano tecniche di intreccio o tessitura per la creazione delle loro opere. Ritiene che ci sia una connessione tra questo tipo di lavoro, la tradizione tessile e il panorama artistico contemporaneo?

E’ evidente: i ‘lavoretti’ o quelli che erano chiamati ‘lavori donneschi’ occupavano le donne. Il richiamo all’universo delle pratiche tessili è inevitabile: un po’ per la familiarità stabilita con quei materiali e quelle tecniche, un po’ per rivendicarne la legittimità in campo artistico/espressivo. Anche nel Bauhaus alle donne era riservata l’area tessile…
La maggior presenza di donne nel mondo dell’arte ha ‘sdoganato’ il tessile. Non credo però che le questioni di genere siano importanti, almeno non mi interessano più di tanto.
L’attenzione all’aspetto materico dell’arte, all’oggetto in se ha portato al maggior interesse verso i materiali e fra questi è indubbio che i materiali fibrosi/filamentosi siano interessanti e duttili.
La nostra cultura inoltre è ricca di miti e simbologie legati a fili, tessuti ecc. Basta pensare alle varie Aracne, Penelope, alle Parche ecc che legano i materiali a figure femminili: questi sono repertori ai quali si attinge continuamente, piaccia o non piaccia: basta leggere un qualsiasi scritto sulla Fiber Art, da Aracne non si sfugge!

 

  • Il feltro si è dimostrato nel lavoro di molti artisti del ‘900 una cifra stilistica molto significativa; come influisce su di lei il materiale scelto?

Il materiale ha le sue ‘leggi’, le sue caratteristiche. Non se ne può prescindere. Ha anche i suoi richiami, le sue ‘narrazioni’. Da Josef Beuys in poi.

Il feltro si presta a farci lavori tridimensionali, si modella e ‘scolpisce’ ma a differenza delle materie tradizionali è caldo e morbido. E poi si lega ad altri materiali, igloba oggetti e tessuti con facilità. Ci sono forme tradizionali (quelle dell’Asia centrale ad esempio) e possibilità da esplorare. Il materiale può indurre a trovare delle forme, ha le sue forme codificate. Si possono accettare o rifiutare, adottare o stravolgere.
Dipende dall’occasione, ogni volta occorre confrontarsi con questo elemento.

 

  • Quali sono gli aspetti fondamentali della sua ricerca artistica?

Mi piace scoprire le leggi che regolano la creazione e la fruizione dell’arte, giocare ironicamente sulle aspettative, sui luoghi comuni.

 

  • L’arte è strettamente connessa alla capacità di emozionarsi e di trasmettere emozioni; è un racconto. Come giudica la sua arte in quest’ottica interpretativa? Di cosa ci parla la sua arte?

Non saprei. Ci sono lavori narrativi, ne vedo. Non ho un particolare interesse per quegli aspetti, almeno non mi cimenterei in lavori di quel tipo! Non credo che la ‘confessional art’ abbia fatto un buon servizio alla cultura visiva attuale. Se da una parte Louise Bourgeois ha fatto lavori potenti, coloro che si sono incamminati su quella traccia rischiano di cadere nella banalità, in forme d’arte emotiva e autobiografica. Arte che fa bene a chi la fa ma che non è necessariamente interessante per chi dovesse trovarsela davanti.

A me colpisce un lavoro se mi da da pensare, se stravolge il modo di vedere le cose che avevo un attimo prima di averla incontrata.

Quindi non credo che le cose che faccio parlino di me, almeno non è nelle mie intenzioni e non sono solita richiamare concetti sublimi per rafforzarle.
Mi piace lavorarci sopra, ma dopo averli fatti non mi occupo molto dei miei lavori. Ne ho regalati, li metto da qualche parte e finisce la. La cosa divertente è pensarli, ed eventualmente concretizzarli.

 

  • Sappiamo che ha esperienze di didattica tenendo, ormai da tempo, diversi corsi tra cui quelli presso la Fondazione Lisio di Firenze. Cosa ha imparato insegnando?

Ho avuto tanti allievi, alcuni molto più grandi di me e con esperienze molto stratificate. Alcuni con bel curriculum d’artista (i mie sono corsi abbastanza tecnici). Ho imparato a farmi capire, li aiuto a comprendere a volte cose che non sono semplici. Specie nelle donne, gli aspetti matematici della tessitura possono mettere a disagio.

 

  • Quali sono secondo lei le finalità didattiche di questa tecnica di lavorazione?

La tessitura operata? E’ un modo per ottenere delle figure in forma tessile, delle forme astratte – decorative – realistiche in formato flessibile e ripiegabile, a volte anche lavabile!

In Fiber Art la tessitura operata ha un suo rametto d’applicazione (se Fiber Art è un ramo, quella Jacquard è un rametto, un recinto nel recinto). Nel design ha un suo chiaro motivo d’esistere. A me intriga in ogni caso perché necessita di molta capacità di ‘vedere’ in astratto quali saranno i risultati. Una tecnica molto progettata.

Il gesto del feltro invece è molto fisico, immediato, irreversibile. Mette di fronte a delle responsabilità: in nessun caso si può tornare indietro. E’ l’opposto del moderno erase and rewind!

 

  • Prossimi progetti?

Andare avanti con quello che faccio, provare a fare un’altra serie o due di tableaux sui pattern.

Riflettere assieme ad altre persone sulle questioni artigianato / arte / moda-mode e tutte le loro implicazioni, magari trovare il tempo per rifare di sana pianta il mio sito web, non è più possibile aggiornarlo.

Le tecnologie si aggiornano di continuo: meno male che il feltro ed i tessili sono sempre la, fedeli a loro stessi: qualche certezza nella vita ci vuole!

 

Una piccola selezione dei lavori di Eva Basile, clicca sulle immagini per ingrandirle!

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