Federico Pacini (Siena 1977) è laureato in Scienze Politiche. In ambito fotografico ha ricevuto importanti riconoscimenti: Second place with Honorable Mension IPA 2009 International Photography Awards Lucie Awards (New York, Lincoln Centre, 2009) per il libro 00001735.tif; Second place PX3 competition 2010 – Prix de la Photographie Paris per il libro 00001735.tif. Dal 2004 al 2012 ha realizzato varie pubblicazioni ed esposizioni in Italia e all’estero. In Purtroppo ti amo Federico Pacini racconta la sua città, Siena: Zebrart.it lo ha intervistato per voi.

 

Perché ha scelto proprio Siena? In un orizzonte che da global si fa sempre più glocal mi sembra una scelta interessante considerando anche che la città, agli occhi di chi non conosce che le attrazioni turistiche più famose, è praticamente irriconoscibile.

Ho scelto Siena perché in primis è la mia città. Siena è un’icona grazie ad alcuni modelli (tra l’altro fondamentali da un punto di vista storico, artistico, architettonico) ma c’è altro. Rompere con lo stereotipo di Siena da “cartolina”, cercare di porre attenzione dove l’occhio tendenzialmente non vede al di fuori di Piazza del Campo, Duomo, Palio e tutte le cose di Siena che conosciamo. Spostare il punto di vista dal “centro” al non visto. Cercare di educare lo sguardo verso ciò che la morale comune tende a celare, nascondere.

purtroppo ti amo federico pacini

 

Com’è nato Purtroppo ti amo?

Purtroppo ti amo è nato dopo un migliaio di scatti realizzati dal 2008 al 2013, successivamente ha trovato l’interesse dell’editore Roberto Maggiori, che mi ha aiutato nella scelta finale del progetto.

Poi ci sono stati i testi [ndr: i testi sono stati scritti da Elio Grazioli e Burk Uzzle] e la pubblicazione ha fatto mostra di sé la prima volta ad Artissima nel 2013. Il libro “Purtroppo ti amo” ha ricevuto una menzione d’onore al premio Hemingway del 2014 nel settore fotografia, l’altra menzione è stata data a Franco Fontana, mentre il vincitore è risultato Guidi. Trovarmi tra due nomi così importanti per la fotografia italiana mi ha fatto molto piacere.

 

Guardando le sue fotografie ho istintivamente trattenuto il respiro. Molte scene da lei catturate sembrano sospese in un limbo di potenzialità: la sala d’attesa vuota; la pensilina, alla fermata di un autobus, avvolta dall’erba alta; le scritte parzialmente scollate sulle vetrine; l’interno vuoto di un negozio d’elettronica… Mi è venuto in mente, per contrasto, Julian Faulhaber e la sua serie LDPE. Se quest’ultimo, tuttavia, ritrae luoghi non ancora abitati dall’uomo e usa accorgimenti tecnici per conferire alle sue fotografie l’aspetto del brand-new, quasi plastificandole, lei al contrario fotografa luoghi già abitati (e forse anche un po’ abusati) dall’uomo. La figura umana, in numerosi casi assente, è spesso evocata attraverso le tracce di un suo passaggio precedente…

purtroppo ti amo federico pacini
Trovo interessante l’accostamento per “contrasto” con il lavoro di Faulhaber, le sue fotografie appaiono, oltre ad un rigore formale che è parte integrante del suo linguaggio, concentrate verso una volontà di porre in maniera chirurgica attenzione al nuovo, al “costruito”.
Nel mio lavoro ho cercato di concentrarmi sugli aspetti che la morale comune tende a escludere a non evidenziare.
Ho utilizzato nella mia ricerca più macchine fotografiche da analogiche a digitali, passando dalla Leica alla Hasselblad, dalla Canon fino ad arrivare, spesso, ad utilizzare la fotocamera del telefonino.
Questo cambiare strumento di ripresa mi ha aiutato a decostruire alcune abitudini in letteratura fotografica, soprattutto mi ha aperto nuovi margini per inserire con più forza la mia idea su Purtroppo ti amo. È stato sicuramente motivante riuscire a accostare più immagini realizzate con strumenti diversi nel libro.

Questa “apparente” divergenza ha fatto nascere con maggiore forza un’idea sul colore che piano piano, con il realizzare immagini e stamparle (farle diventare fotografie), si è concretizzata.
Un progetto ha valore quando possiede una utilità: in qualche modo genere una forma di educazione nello sguardo altrui, liberarlo, aiutarlo ad avere una propria autonomia.
Il “punto di vista”, l’educazione allo sguardo sono aspetti fondamentali per condensare un pensiero per immagini.

 

È interessante che parli di strumentazione tecnica, spesso trattando di fotografia non se ne fa menzione ma in realtà è un aspetto fondamentale. Mi torna in mente Miltos Manetas che per i suoi Balckberry paintings ha utilizzato, appunto, la videocamera del proprio cellulare. Mi aveva molto colpita perché a scapito di quanto si possa pensare ciò non implica che “ognuno di noi è un artista” ma che un artista può utilizzare anche un medium d’uso comune per ottenere il risultato sperato.

Il mezzo con il quale si vuole incanalare il pensiero o l’idea è molto importante perché detta la forma.
Nella fotografia, per esempio, ci sono stati autori che sono rimasti fedeli ad un solo mezzo per tutta la vita, ne cito solo uno ma credo sia significativo: Henri Cartier-Bresson.
Altri come ad esempio Stephen Shore in uno dei suoi primi libri American Surfaces utilizzò una macchina 35mm e variando in seguito con l’utilizzo del grande formato in Uncommon places indubbiamente portò risultati diversi alla sua ricerca.

 

Il titolo Purtroppo ti amo è molto significativo e forse si lega a ciò che diceva prima circa gli aspetti che la morale comune tende a escludere. Ho avuto l’impressione che il titolo sia una specie particolare di dichiarazione d’amore riferita alla città ritratta. Una città di cui vengono messe in evidenza spesso le parti esteticamente meno gradevoli, l’incuria, l’abbandono, ma nonostante ciò si sente una vicinanza, un’appartenenza. Il tutto è sintetizzato nella fotografia che ritrae la scritta Purtroppo ti amo che, a sua volta, ne copre un’altra di natura politica. Un atto vandalico, chiamiamolo così, che ne copre un altro annullandolo, con la potenza della propria affermazione. Vorrei non amarti ma ti amo, purtroppo…

Questa può essere una chiave di lettura. Nella frase “purtroppo ti amo” si cela un duplice significato.
La prima componente è legata all’accezione “purtroppo” che evidenzia un abbandono, un lasciarsi andare a qualcosa che ci parla e va, a volte, contrario alla nostra ragione.
La nostra società è poco educata alle sensazioni che proviamo, che rimandano ad un luogo più nascosto.
L’avverbio ”purtroppo” apre un margine significativo: il dispiacere, il rimpianto verso qualcosa di estremamente positivo: l’amore. In questa contraddizione di significato, insieme al cambio di strumenti di ripresa, ho voluto cercare quello spazio dove generare il mio pensiero in immagini.
L’abbandono ad un’energia generatrice.
Non importa che sia una pensilina abbattuta, o un ritratto in una falegnameria, ciò che sta dentro la serie di immagini è importante: la percezione che si lascia all’osservatore.
Cerco una forma di sincerità nel mio fotografare.federico pacini
La seconda componente è sicuramente ludica, se osserviamo diverse immagini nel libro vogliono raccontare questa componente, spesso questa frase è citata da giovani adolescenti (non a caso la scritta penso sia stata fatta da uno di loro).
Questo non significa una componente solo di derisione: tutt’altro, vuole raccontare l’innocenza come percorso di cognizione visuale, decostruzione nel vedere le cose: strumento nel punto di vista.

 

Purtroppo ti amo Federico Pacini, testi di Elio Grazioli e Burk Uzzle, Castel Maggiore, Editrice Quinlan, 2013.

Le fotografie sono state inserite su gentile concessione dell’autore.