Ho intervistato per voi Marco Marassi, classe 1975, fotografo romano.

Seppur emergente ha partecipato a numerose manifestazioni artistiche arrivando tra i finalisti del premio Adrenalina nel 2012, del premio Arte Laguna presso l’Arsenale di Venezia e del Premio Arte di Cairo Editore 941571_341201319315922_1985218301_n nel 2014.

Quest’anno è stato selezionato dalla commissione dell’edizione milanese di Affordable Art Fair (dal 19 al 22 marzo 2015), ed è per questo che ve lo presentiamo, sarà infatti il nostro “inviato” in fiera e, al ritorno, ci parlerà della sua esperienza di artista emergente all’interno del sistema espositivo di una fiera interamente dedicata all’arte.

Mentre aspettiamo le sue impressioni su Affordable Art Fair, la fiera espositiva dedicata all’arte con un limite di prezzo (massimo 6000 euro), conosciamolo e iniziamo a capire la sua poetica ricca di riflessione e studio dei maestri del passato.

L’intervista a Marco Marassi:

Quando hai iniziato e perchè?

Ho sempre amato la fotografia, fin da giovanissimo. Mi divertivo a scattare con una vecchia Petri TTL 35mm di mio padre, (con la quale ancora oggi scatto) in occasioni come feste e gite.

Ma un approccio più consapevole l’ho avuto solo a partire dal 2007 con lo studio della tecnica, dei maestri della fotografia e sopratutto col confronto con altri fotografi, internet in questo è stata utilissimo. In seguito mi sono iscritto alla scuola di arti e mestieri Ettore Rolli di Roma, dove per due anni ho frequentato la Scuola di Fotografia.

 

Cosa racconti con le tue foto?

Ho iniziato con la Street Photography con la quale ancora oggi mi capita di divertirmi. In seguito ho assecondato il mio aspetto più solitario (la street photography  ti tiene a stretto contatto con la gente)  quindi mi sono dedicato ad una fotografia più “concettuale”.
La mia ricerca è sopratutto introspettiva, quasi freudiana. Provo, per mezzo delle immagini, ad evocare mondi sospesi, onirici, dove l’unico rapporto con l’essere umano sono le sue tracce.
Luigi Ghirri scriveva su “Lezioni di fotografia”:

è un dato di fatto che oggi la maggior parte delle immagini che vediamo è costituita da facce. Il nostro panorama visivo è pieno di facce. Guardiamo cento canali televisivi e ci sono sempre facce […] Credo vi sia una disaffezione che l’uomo ha sviluppato col suo ambiente alla quale ha corrisposto una fondamentale incapacità di relazionarsi con l’ambiente attraverso la rappresentazione.

Niente di più vero, quindi cerco di recuperare la capacità di osservare il nostro ambiente, di reinterpretarlo.

 

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Tecnica ed attrezzatura sono fondamentali per buone foto?

Assolutamente no.
La conoscenza della tecnica sono una serie di dati che ogni fotografo deve conoscere per riuscire ad utilizzare il mezzo che utilizza.
L’attrezzatura è del tutto subordinata al fine della tua fotografia e non è possibile impiegarla senza la conoscenza tecnica.
Ma detto questo la fotografia è molto di più, è poesia, è capacità di osservare la realtà, cercando di esprimersi indipendentemente dal mezzo che si utilizza.

 

Fotografi che ti hanno maggiormente ispirato?

Se devo essere costretto a dire un solo nome direi decisamente Luigi Ghirri. Lo trovo un vero poeta per molti versi un innovatore, un fotografo a cui si sono inspirati fotografi di tutto il mondo, alcuni con fama anche maggiore dello stesso Ghirri.
Altri nomi su tantissimi altri: Stephen Shore, Joel Meyerowitz, Helmut Newton, Giacomelli, Doisneau.

 

Cosa è per te la fotografia?

Bella domanda, su cui si scrivono libri di centinaia di pagine.
A tal proposito consiglierei a chiunque si fa questa domanda di leggere il saggio “La camera chiara”  di R. Barthes.
Sul piano personale la fotografia per me è come una seduta psicanalitica; è un viaggio interiore in cui provo a riproporre una mia visione del mondo che ci circonda tramite il filtro della mia anima.

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Post-Produzione?

Non in maniera sistematica, non per snobismo sia chiaro.
Non faccio parte della schiera di fotografi che si accaniscono ciecamente contro l’uso dei vari software di foto-ritocco; avendo lavorato anche in camera oscura so benissimo che le mascherature, le bruciature ed altre tecniche non le ha inventate Photoshop,  sotto l’ingranditore se ne possono fare delle belle.
Utilizzo anche io Lightroom per dei  piccoli ritocchi a volte necessari per migliorare una foto già buona in partenza.
Secondo me l’uso massiccio di questo genere di software ha determinato la nascita di una nuova forma di espressione che si deve distinguere nettamente dalla fotografia: la Digital Art, ovvero la manipolazione massiccia di contenuti fotografici e più in generale visivi.

 

Progetti Futuri, cosa ti piacerebbe fare?

Al momento sto lavorando su un progetto paesaggistico basato sulla città di Roma.
Cosa mi piacerebbe fare? Fotografie!

 

Tutte le foto presenti in questo articolo sono opera dell’autore e riprodotte previo consenso.

Comments to: Marco Marassi – Racconti fotografici

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