In un articolo precedente abbiamo già parlato della differenza tra ritratto e autoritratto: proviamo adesso a passare in rassegna degli esempi più strani dell’arte contemporanea!

Iniziamo il nostro viaggio tra i ritratti più strani dell’arte contemporanea con Barbara Kruger. Una costante dei suoi lavori è l’utilizzo di meccanismi tipici del mondo della pubblicità non per sponsorizzare beni di consumo ma per trasmettere messaggi che tendono a evidenziare dinamiche di cui subiamo gli effetti ogni giorno, senza accorgercene. Le immagini sono state ritoccate e i colori utilizzati sono sempre pochi ed essenziali. Your body is a battleground è una delle sue opere più famose così come We don’t need another hero. Un’artista che ricorda Barbara Kruger per l’utilizzo della componente linguistica in contesti solitamente deputati alla pubblicità è Jenny Holzer, la quale occupa con i propri slogan anti-pubblicitari le insegne luminose delle grandi città (per esempio in Protect me from what I want).

i ritratti più strani

B. Kruger, Your body is a battleground – We don’t need another hero.

Arnulf Rainer (1929) è un artista austriaco che ha esplorato una grande varietà di tecniche artistiche (pittura, fotografia, incisione, litografia, serigrafia). In alcuni autoritratti, come ad esempio in Untitled (Face farces) del 1971, possiamo vedere il suo volto contratto da smorfie di dolore o rabbia. Le fotografie venivano spesso ritoccate in post-produzione con del colore rosso o nero. Lo stesso Rainer ha dato vita a diverse performance durante le quali utilizzava il proprio corpo come unico strumento di espressione (body art), così come Rudolf Schwarzkogler (1940 – 1969) le cui performance, tuttavia, comportavano un utilizzo del proprio corpo a livelli quasi estremi. Non era raro che si ferisse davanti al pubblico, ricordando le pratiche dei flagellanti medievali. Si dice che morì in seguito ad una performance particolarmente violenta.

 

i ritratti più strani

A. Rainer, Untitled (Face farces); R. Schwarzkogler, Performance.

Grande protagonista del versante materico dell’Arte Informale, Jean Dubuffet, francese (1901 – 1985), dipinge nel 1945 Dea Madre. In quest’opera la protagonista è una divinità femminile, dipinta con immediatezza. I pigmenti utilizzati per la pittura erano spesso mescolati con gesso o sabbia o terra. Dubuffet era particolarmente attratto dai disegni dei bambini e degli alienati, cioè di tutti coloro i quali esprimevano la propria creatività senza riserve né riguardi nei confronti della tradizione. Soprannominò Art Brut le proprie opere, intendendo con ciò un tipo di pittura genuina, non mediata dalla razionalità del pensiero logico. Lo spirito giocoso è spesso presente nelle sue tele: basti a tal proposito ricordare la sua amicizia con il commediografo Eugène Ionesco, col quale condivideva la curiosità e la volontà d’indagare i limiti dell’assurdo.

i ritratti più strani

J. Dubuffet, Dea Madre.

Il nostro viaggio tra i ritratti più strani non poteva non annoverare Francis Bacon, che nel 1946 ha dipinto Painting, un’opera nella quale compaiono alcuni degli elementi ricorrenti della sua produzione pittorica. Sullo sfondo possiamo scorgere una carcassa di bue, ispirata certamente ai dipinti di Rembrandt e di Soutine (non conoscete Soutine? Nessun problema! Leggete il nostro articolo di approfondimento!) e in primo piano un uomo il cui viso è appena riconoscibile in parte perché in ombra, in parte perché mostruosamente sfigurato. Bacon non è facilmente inquadrabile all’interno di movimenti o correnti artistiche, certamente vive a pieno il clima culturale del dopoguerra, ma conduce una ricerca molto personale che lo porta a de-costruire le figure umane fino a renderle irriconoscibili. Le opere assumono spesso l’aspetto di gabbie che imprigionano i soggetti ritratti in preda a lancinante dolore fisico o a smorfie bestiali.

Shirin Neshat è un’artista originaria dell’Iran (1957). Attraverso il suo lavoro, l’artista indaga il difficile ruolo della donna nella società musulmana. Nella fotografia Rebellious Silence del 1994, che è parte di un ciclo realizzato tra il 1993 e il 1997 dal titolo Women of Allah, il volto dell’artista è stato parzialmente coperto da una poesia in lingua persiana. Le poesie sono state scritte da poetesse iraniane e trattano temi molto complessi quali il martirio e il ruolo della donna nella Rivoluzione Islamica della fine degli anni Settanta. Shirin Neshat ha diretto parecchi video e nel 2009 ha realizzato il suo primo lungometraggio (Donne senza uomini), vincitore del premio per la miglior regia al Festival di Venezia.

i ritratti più strani

S. Neshat, Rebellious Silence; F. Bacon, Painting.